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Filippo Coarelli: “Soprattutto bisogna avere chiari i problemi”.
Filippo Coarelli (Roma, 1936) è professore di Antichità romane e Religioni del mondo antico all’Università di Perugia.
- Quando ha capito di voler diventare archeologo?
Abbastanza precocemente. Tutto comincia esattamente tra la tarda estate e il primo autunno del 1943, quando avevo 7 anni. Durante la guerra la mia famiglia si trovava in un paese che si chiama Roccasecca (in provincia di Frosinone). Io sono originario di lì, anzi ho ancora la casa di famiglia in questo paese. Naturalmente stava nel luogo sbagliato, nel senso che si trovava sul fronte di Cassino, dalla parte tedesca, uno dei luoghi più bombardati del mondo durante la seconda guerra mondiale. Mio padre, che fu arruolato e andò come ufficiale medico in Africa, dove poi fu fatto prigioniero, aveva pensato che fosse meglio non lasciare la famiglia in una grande città, ma in un posto tranquillo, a metà strada tra Roma e Napoli, che verosimilmente sarebbe rimasto fuori dalle operazioni. Da lì ce ne siamo poi dovuti andare. Nella nostra casa si era installato un comando tedesco di paracadutisti. Per un po’ ci lasciarono un piano della casa. Devo dire che non avemmo neanche una cattiva esperienza dei tedeschi, tranne che delle SS, che ogni tanto venivano a prendere gli uomini per lavorare alle fortificazioni, poco prima che il fronte arrivasse a Cassino. Siamo dopo l'8 settembre, ma già in agosto c'erano stati dei bombardamenti. Dovemmo abbandonare la casa e rifugiarci in montagna, dove c'era una caprareccia, un rifugio di pastori che ci apparteneva. Era a due piani. Al piano di sotto c'era un gigantesco stanzone dove si era installato mezzo paese, era un paese piccolissimo, una frazione di Roccasecca, chiamata Caprile. Al piano di sopra c'eravamo noi, teoricamente al piano nobile ma in pratica anche questo fu un errore, perché quelli di sotto accendevano il fuoco e ci affumicavano. Stando lì e non avendo niente da fare giracchiavo qua e là, guardavo un po' i bombardamenti di Cassino. Tutta questa zona è ai piedi del castello dei conti di Aquino, diruto e in rovina, ai piedi del quale c’è un villaggio medievale abbandonato. Andando in giro ed entrando in questi edifici facevo dei buchi e trovavo dei cocci. Questa esperienza piuttosto precoce evidentemente scavò a fondo dentro di me, ma emerse molto più tardi, perché al momento non ci pensai più. Avevo sempre interesse per le cose antiche e la storia, però all’università mi iscrissi a Legge, pensando che fosse più facile e più utile. In realtà non avevo un’idea molto chiara e vidi presto che non era cosa per me. Mio padre, che era una persona molto rigida, mi aveva lasciato libero di scegliere ma mi aveva anche detto: una volta che hai scelto, vai fino in fondo. Io invece mi fermai, perché dopo tre anni e 12-13 esami mi accorsi che proprio non andava; aspettai la maggiore età, 21 anni allora, e mi iscrissi a Lettere. Mio padre mi cacciò di casa, poi mi riaccolse, ma praticamente non avemmo più rapporti, fin quando, nel 1959, lui morì precocemente di cancro. Così passai all’archeologia. Nel 1957 Bianchi Bandinelli venne all’Università di Roma: fui subito affascinato dalla sua personalità, seguii i suoi corsi, poi mi laureai e divenni suo assistente.
- Ci parli dei Suoi rapporti con Bianchi Bandinelli.
Come ho detto cambiai facoltà nel 1957, quando avevo 21 anni. Ma già dall'anno prima, nel 1956, andavo a sentire le lezioni di archeologia, che erano tenute da Giglioli, ormai vecchissimo e abbastanza noioso. Però c'erano altri professori. Allora l'Università di Roma era veramente un centro di studi molto notevole a tutti i livelli. Oltre Bianchi Bandinelli c'erano professori come Pallottino, Degrassi per l'epigrafia latina, la Guarducci per l'epigrafia greca, Brelich per la storia delle religioni, insomma un livello molto alto. Andavo a sentire le lezioni di Bianchi Bandinelli, poi gli chiesi una tesi. L’argomento scelto fu “I vetri dipinti di Begram”. Avevo già partecipato a scavi. Il primo, nel 1957, era un saggio alle mura poligonali di Alatri. L'anno dopo scavai con La Regina a Monteleone Sabino. Nel frattempo mi era stato chiesto da un mio amico, Maurizio Taddei, orientalista e archeologo, se volevo partecipare ad uno scavo in Afghanistan. Di conseguenza chiesi una tesi di argomento orientalistico. Bianchi Bandinelli si ricordò che, studiando le miniature dell’Iliade Ambrosiana, si era imbattuto in un gruppo di bicchieri dipinti - poi scoprimmo che erano di provenienza alessandrina - trovati in uno scavo in Afghanistan, a Begram (che oggi è un posto tristissimo). Quindi andai in Afghanistan (allora era possibile) e vidi questi oggetti che erano conservati in parte al museo di Kabul, mentre un’altra parte era a Parigi, al Musée Guimet. Io già allora parlavo bene il francese e quindi me ne andai a Parigi, dove non ero mai stato. E così mi laureai con Bianchi Bandinelli. Per un caso si liberò un posto di assistente straordinario, subito dopo la mia laurea, cioè dopo il febbraio del 1961. Dall’ottobre successivo entrai all’università come assistente, e quindi ebbi con lui un rapporto di lavoro e anche di conoscenza sempre più approfondita. Cominciai a frequentare la casa di Bianchi Bandinelli, insieme ad altri amici. Poi con un gruppo di altre persone fondammo la rivista “Dialoghi di Archeologia”. Era una strana rivista, in quanto era nata dal rapporto di Bianchi Bandinelli con un gruppo di studenti o laureati da poco, tra cui c’erano molti tra quelli che in seguito hanno avuto una qualche importanza nell’archeologia italiana. Io ero nella redazione, e poi ero forse la persona più vicina a Bianchi Bandinelli, insieme a Carandini e a Torelli. Andammo a parlare con Bianchi Bandinelli, il quale disse che anche lui aveva intenzione di fare una rivista. Si parlava allora di “Panorama”, una rivista di Longhi, che aveva una parte di storia dell’arte e una di letteratura. Se ne voleva fare un’altra di archeologia, ma poi la cosa non funzionò e “Dialoghi di archeologia” uscì come rivista autonoma. In pratica la parte scientifica, articoli e recensioni, era gestita da noi e da Bianchi Bandinelli, che era direttore e anche direttore responsabile. C’era inoltre una parte politica, risultato delle discussioni e delle proposte politiche di questo gruppo, da cui Bianchi Bandinelli si teneva fuori anche per nostra richiesta e che gestivamo totalmente noi, il ché provocò ovviamente anche delle frizioni, in quanto per giovanile settarismo a volte noi esageravamo. Bianchi Bandinelli si trovò talvolta in qualche difficoltà. Avevamo in qualche modo anticipato i movimenti del '68 e degli anni '70. Il nostro era un gruppo di sinistra, in cui c’era di tutto. A quell’epoca l’archeologia italiana non era soltanto accademica, ma quasi un relitto della destra fascista. Noi eravamo in posizioni neanche poi tanto estremiste, ma certamente di opposizione. Ci furono lunghe discussioni con gli archeologi più anziani, che spesso assunsero l’aspetto di uno scontro frontale. Loro un po’ ci emarginarono e ci furono per noi anche alcune difficoltà di lavoro, però poi alla fine la nostra carriera l’abbiamo fatta tutti, magari con qualche anno di ritardo, perché ovviamente non eravamo molto amati. D’altra parte il nostro gruppo costitutiva una parte notevole dei giovani archeologi validi in Italia. Quindi era inevitabile che qualcuno poi alla fine passasse. Siamo diventati quasi tutti professori universitari o soprintendenti, o tutt'e due nel caso di Zevi o di Adriano La Regina. Il rapporto con Bianchi Bandinelli era un rapporto di amicizia, ovviamente molto rispettosa da parte mia. Mi ha insegnato tutto. Io ero un ragazzo di provincia, ero nato a Roma ma mio padre era un medico di paese, ero un autodidatta sotto molti aspetti. Quindi culturalmente gli debbo tutto, e non solo in archeologia.
- Lei fa parte di una generazione di allievi di Bianchi Bandinelli. Gli archeologi giovani in Italia oggi sono in qualche modo i nipoti di Bianchi Bandinelli, allievi dei suoi allievi.
Sì, o allievi di allievi di allievi, perché siamo ormai alla quarta generazione.
- Ma i suoi allievi diretti ormai stanno per andare in pensione. Cosa succederà adesso, si perderà il riferimento a Bianchi Bandinelli?
È una generazione di persone che sono tutte nate intorno allo stesso anno: 1936 o 1937. Io sono del 1936, D’Agostino del 1936, La Regina del 1937, Mario Torelli del 1937, Taddei era del 1936, il più giovane è Fausto Zevi che è del 1938. Una generazione nata immediatamente prima della guerra e maturata negli anni immediatamente postbellici. Sono
casi strani, ogni tanto c’è una generazione che viene fuori così. Noi abbiamo fatto le elementari sotto il fascismo, o addirittura non le abbiamo proprio fatte. Io ho frequentato la prima elementare nel 1942-43, poi ho seguito per qualche mese la seconda elementare, poi è successo quel che è successo e fino al 1945 non sono andato a scuola. Ho cercato di evitare le bombe, essenzialmente. Poi nel 1946 ho sostenuto privatamente l’esame di licenza elementare. Come dicevo, l'archeologia romana negli anni '30 e '40 è stata uno dei pilastri dell’ideologia fascista, e molti archeologi erano direttamente implicati politicamente con il fascismo. Che lo facessero per convinzione, per interesse o per ambedue i motivi non è qui rilevante. All’epoca non c’era neanche molta scelta, perché ad esempio i professori dovevano prestare giuramento di fedeltà al fascismo. Ci furono pochissimi che non giurarono, mentre tutti gli altri lo fecero, perché si trattava della pagnotta - dovevi vivere. Comunque molti erano impegnati direttamente in attività politiche e culturali fasciste. Era quella la generazione che noi ci siamo trovati di fronte, ed è chiaro che c’è stato uno scontro. L’unico che aveva già precocemente assunto posizioni politiche antifasciste e di sinistra e che quindi si presentava accettabile per noi era Bianchi Bandinelli. Per caso era anche il più bravo, e poi venne a Roma. Fu un caso anche questa volta. Qui c’erano professori bravi come Pallottino, ma anche Pallottino era fortemente implicato con il fascismo. Bianchi Bandinelli invece si presentava come un professore progressista e aperto. Tutto questo non era soltanto un dato politico, era un modo diverso di porsi anche nei rapporti personali. Gli altri erano estremamente autoritari, mentre Bianchi Bandinelli era una persona democratica e disponibile. Anche questo facilitava le cose. E poi onestamente era di gran lunga il più bravo, direi anche in Europa. Fu una specie di cometa, una rivelazione, visto quello che c’era prima. Quindi si spiega che molti giovani lo seguissero. Era l’epoca in cui quasi tutti i giovani erano più o meno di sinistra. Non credevamo che gli studi universitari fossero solo accademia ma che investissero un po’ tutta la personalità - come continuo a credere anche adesso - e quindi è ovvio che ci fossero affinità culturali e anche politiche.
-Come studioso, Lei è legato allo studio di Roma ma si è dedicato a molti argomenti diversi.
Io ho cominciato come storico dell’arte, perché in fondo Bianchi Bandinelli era essenzialmente uno storico dell’arte. Lui diceva spesso che era una specie di dinosauro, che ormai apparteneva ad una specie in via di estinzione. Anche quando iniziò la prevalenza dell’archeologia sul terreno, lui, pur non respingendo la novità, rimase comunque uno storico dell’arte, convinto della validità della sua disciplina. Noi quindi abbiamo avuto un’educazione di tipo storico-artistico, sia pure non nelle forme sclerotizzate e accademiche che erano quelle ottocentesche del “miracolo greco” e cose di questo genere. Era una storia dell’arte estremamente attuale, moderna, ma era storia dell’arte. Bianchi Bandinelli del resto non era uno storico dell’arte puro, teneva conto degli aspetti storici, sociali ed economici: per questo era comunque aperto verso le forme nuove dell’archeologia. Avevo frequentato anche i corsi di Lugli, e piano piano, stando a Roma, finii per interessarmi alla topografia di Roma. Dopo il pensionamento di Bianchi Bandinelli, nel 1965, sono stato ancora un paio di anni assistente del suo successore, Becatti, però non era la stessa cosa, anche se Becatti era un buon professore. Si presentò l’occasione di un concorso da ispettore archeologo al Comune di Roma, per cui mi ritrovai ad occupare quasi contemporaneamente tre posti di ruolo. Lo stipendio di assistente straordinario era ridicolo, mi pare 50.000 lire. Ero sposato, avevo tre figli, e dovetti cercare qualcos’altro per vivere: insegnavo alle scuole medie inferiori del Quarticciolo, un'esperienza durissima ma molto formativa. La mattina insegnavo lettere, il pomeriggio studiavo e la sera facevo traduzioni. E’ stata una vita abbastanza dura. Poi, come ho detto, andai a fare l’ispettore archeologo al Comune di Roma, tra il 1968 e il 1972-73. Sono questi gli anni fra il 1968 e il 1972-1973 in cui feci l’archeologo sul campo. Poi aprirono la facoltà di Lettere a Siena, di cui Bianchi Bandinelli fu uno dei patroni. Il primo anno chiamarono Carandini, e poi me l’anno dopo. Quindi lasciai il Comune e poi feci l’assistente. Diedi le dimissioni dal posto del Comune e andai a fare l’incaricato triennale a Siena. Per molti anni sono stato quindi precario, perché il concorso da ordinario l’ho vinto molto tardi, nell’80. Sono stato prima a Siena, poi a Perugia, e poi ho vinto il concorso. Ma prima ero stato bocciato in cinque concorsi consecutivi, e penso che questo sia un retaggio della mia attività politico-culturale ai “Dialoghi di archeologia”. Il sesto l’ho vinto per un pelo, perché il posto non era destinato a me ma ad un altro: uno dei cinque professori nella commissione mi votò, per cui si trovarono tre commissari contro due. Se anche lui avesse votato per l’altro candidato forse sarei ancora precario.
- Ora Lei è professore di Antichità Romane. Ma Lei che cosa si sente? Archeologo, filologo, storico dell’arte?
Il mio prima era un dipartimento storico-artistico, adesso è un dipartimento molto misto, di “scienze della terra”, in cui c’è un po’ di tutto. Io all’università ho sempre insegnato “Antichità greche e romane”, che corrisponde abbastanza alle mie tendenze. Poi mi hanno decurtato le antichità greche, che divennero proprietà degli storici greci. Fra l’altro io non sono nel gruppo degli archeologi, quindi non posso essere commissario nei concorsi di archeologia e non posso neanche difendere i miei allievi. Io sono nel gruppo degli storici. Insegno Antichità Romane, e adesso anche Religioni del mondo classico. So che è un modo di essere non attuale, perché viviamo nel mondo delle tecniche e delle specializzazioni. Io una specializzazione ce l’avrei, sostanzialmente mi occupo di topografia di Roma e dell'Italia antica, e in questo mi sento abbastanza competente. Però non ho mai pensato che una specializzazione significhi per forza eliminare tutto il resto. Anche come topografo di Roma sono un po’ particolare, per cui cerco di introdurre anche metodologie e discipline forse più attuali, come l’antropologia culturale e cose del genere, che secondo me sono molto utili per capire certi fatti, come ad esempio i fenomeni religiosi. C’è uno studioso polacco, filologicamente bravo, che ha scritto un libro sui templi della Roma medio-repubblicana. Nella prefazione dice che si è occupato di tutti gli aspetti dei templi medio-repubblicani di Roma tranne che dell’aspetto religioso. Sarebbe come fare la storia delle banche senza occuparsi di economia. Mi pare curioso studiare i templi solo sul piano filologico o di storia delle istituzioni, come certi architetti ne studiano le forme senza tener conto della loro funzione.
-Lei rimprovera agli archeologi moderni di essere troppo specializzati?
La specializzazione è perfettamente legittima, anzi necessaria, ma io mi sento vicino a Giorgio Pasquali, nel senso che secondo me sono i problemi che dettano le scelte disciplinari e non viceversa. Se devo risolvere un problema storico, magari la chimica non serve. L’idea che esista una tecnica che da sola risolve è sbagliata, perché per un problema serve la numismatica, per un altro magari serve la storia dell’arte. Naturalmente non siamo tuttologi, per cui credo che l’unica soluzione sia quella del lavoro d’équipe. Anche gli archeologi più bravi non possono essere, ad esempio, bravi palinologi. Però c’è la tendenza a rinchiudersi in settori sempre più limitati, sempre più ristretti, che alla fine o non permettono di risolvere i problemi o ne risolvono solo parti relativamente poco interessanti o addirittura non risolvono nulla. Soprattutto bisogna avere chiari i problemi. La scienza è una cosa, la tecnologia un’altra. La gente si è dimenticata che la tecnologia non è la scienza, è un’applicazione della scienza. Noi siamo casomai degli scienziati che applicano delle tecniche. Ma lo scienziato si pone anzitutto dei problemi: sono questi che dettano i metodi e le vie della ricerca. Molti archeologi dicono: “la vecchia archeologia che è storia dell’arte, che si occupava di statue e pitture, è morta”. Morta perché? Prima si cercavano le statue e si buttavano via i cocci, adesso cosa facciamo, teniamo i cocci e buttiamo via le statue? E’ un falso problema: dipende da cosa ci interessa. Se oggi usiamo metodi diversi, è perché i nostri problemi sono diversi da quelli dei nostri predecessori. Per esempio, ci interessano di più i problemi sociali, i problemi economici, che ovviamente non si possono quasi mai risolvere tramite i testi letterari o gli studi storico-artistici. Di conseguenza, l’archeologia di scavo diventa fondamentale, perché non esistono manuali di economia antica, e quindi i dati storico-economici e sociali li devo indagare con l’archeologia. Ma questo era vero anche nell’ottocento, solo che allora questo tipo di approccio era meno importante: gli archeologi allora si interessavano prevalentemente di storia dell’arte e quindi usavano altri metodi. Ma perché è legittimo fare storia dell’arte medievale, storia dell’arte moderna, e non storia dell’arte antica? La storia dell’arte è importantissima. Se io sono uno storico dell’arte, a me, tutto compreso, l’archeologia di scavo serve abbastanza poco. Mi servirà per datare dei monumenti, delle statue, ma l’approccio essenziale, il punto di partenza è storico-artistico, non archeologico. Quindi la mia impressione è che si vedono i mezzi ma si sono dimenticati i fini. Ci sono delle pubblicazioni con montagne di elenchi di cocci che nessuno leggerà mai, tranne forse due o tre specialisti. In uno strato i cocci significativi, quelli che datano lo strato, sono pochi. E’ chiaro che la tipologia della ceramica si fa in quel modo, ma c’è bisogno di pubblicare libri di 500 pagine con disegni di cocci? Si potrebbe ridurre il costo della pubblicazione per esempio allegando un dischetto. Ma io ho l’impressione che questo tipo pletorico di edizione dello scavo sia ormai un fatto di conformismo, la risposta a una pressione dell’ambiente disciplinare, e quindi anche un’assicurazione per la carriera.
- Bisogna riscoprire l’arte di porsi le domande?
Bisogna porsi le domande! Altrimenti è chiaro che le soluzioni saranno comunque fuori portata. Questo non vale solo per gli archeologi, vale per qualsiasi scienza. La tecnologia alla fine risolve i problemi pratici, ma non quelli teorici. Risolve problemi teorici solo se esiste una domanda. In fondo, continuo a credere, con Bianchi Bandinelli, che il metodo più alto di comprensione delle realtà umane sia il metodo storico. In questo forse noi vecchi archeologi abbiamo un’arma in più: siamo in grado di giudicare una situazione con un ragionamento storico che è valido sia per giudicare il mondo antico, sia per giudicare il mondo moderno. Non che siano uguali i mondi – è uguale il metodo. Questo mi sembra che si stia perdendo. Io non disprezzo nulla: mi interessa moltissimo la ceramica a vernice nera, mi interessano le monete, mi interessano i testi letterari, sono fatti che possono essere usati in funzione del problema che uno deve risolvere. Se io devo risolvere un problema di topografia romana probabilmente tutto questo non mi serve quasi a nulla. Sono anni che cerco inutilmente di far capire che per trovare la Via Sacra l’archeologia serve a poco, a meno che io non trovi un cartello con scritto “Via Sacra” in situ. Ma succede raramente. Infatti se vado a Pompei, dove non abbiamo le fonti letterarie, io non conosco i nomi delle strade, le devo chiamare “Via dell’Abbondanza”, “Via dei Teatri”, ecc.. A Roma so che esiste la Via Sacra perché ci sono i testi letterari o eventualmente epigrafici che me lo dicono. Nessuno scavo potrà mai dirmi qual’è la Via Sacra. Quindi se il mio problema è questo, io userò le fonti letterarie e, accessoriamente, l’archeologia. Se vado a Pompei userò l’archeologia e, accessoriamente, le fonti letterarie che per Pompei sono pochissime. Se adopero l’archeologia a Roma per risolvere problemi topografici e le fonti letterarie a Pompei sbaglio in ambedue i casi. Per me tutte le tecniche hanno pari dignità, in astratto. In concreto, la scelta dipende dal problema che mi pongo. Quindi l’archeologia è utile certe volte, certe volte assolutamente inutile. Se si scava a Pompei o a Fregellae, si conosce la data di distruzione o di fondazione, quindi incrociando i dati alla fine arriva una cronologia dei materiali scoperti, ma solo perché a monte c’è una base storica nota. Se si va a Machu Pichu e trovo ceramica Inca, sono in grado di datarla in base a scavi stratigrafici? Assolutamente no. Perché ignoro i contesti storici. E’ un’illusione che l’archeologia sia autosufficiente.
- Come vede il rapporto tra l’archeologia italiana e quella non-italiana?
Quando ero giovane, gli studiosi di topografia romana erano una dozzina, si conoscevano tutti, si amavano, si detestavano, comunque erano quattro gatti. Era una disciplina molto limitata. Era anche molto comodo, perché con poca fatica si leggeva tutto quello che era stato scritto. Oggi non ce la si fa, neanche con il Realkatalog. Io non ho mai ragionato in termini “italiano” o “straniero” perché non ne vedo l’utilità. Io poi mi sento italiano fino a un certo punto, mi sento europeo. Come Bianchi Bandinelli, mi sono sempre sentito europeo. Sono a mio agio in qualsiasi posto in Europa. Mi piace l’Europa. Quindi mi riesce difficile rispondere ad una domanda così, perché casomai esistono alcuni aspetti di provincialismo italiano ancora resistenti, anche se l’Italia si è molto sprovincializzata, per cui abbiamo tutto da guadagnare nel dialogo. Del resto la nostra rivista si chiamava “Dialoghi di archeologia”.
- C’è posto in Italia per attività archeologiche straniere? A chi appartiene il passato dell’Italia nell’archeologia? .
A tutti. Io ne faccio un discorso di qualità. Dipende dalle capacità. Se c’è un’università straniera che ha interesse a fare uno scavo in Italia e dà le garanzie scientifiche, non c’è problema. L’unico problema è che ovviamente essa deve porsi su un piano di reciprocità, deve rendere accessibili i suoi dati, deve pubblicarli, deve dare delle garanzie di scientificità, dopodiché più siamo meglio è. Lo diceva il presidente Mao: “che mille fiori fioriscano”. Che vuole che mi interessi la nazionalità? Casomai il problema è diverso, perché esistono anche atteggiamenti di colonialismo culturale, spesso inconscio. Per esempio, le citazioni in un libro anglosassone sono ormai quasi esclusivamente di testi in inglese. Addirittura le recensioni sono quasi tutte di libri in inglese, cosa che io trovo stupida, perché proprio i libri in altre lingue andrebbero recensiti per far sapere che esistono. Penso che di qui a pochi anni, come del resto già fanno da tempo i medici e i chimici, scriveranno tutti in inglese. Le piccole nazioni lo fanno già. Chi va a leggere una rivista in finlandese, se non è un finnico?
- Anche gli archeologi italiani dovrebbero scrivere in inglese ogni tanto?
Io ho cominciato a farlo, almeno testi sintetici, che diano un’informazione su quello che si sta facendo in Italia. Resistono ormai quasi solo lo spagnolo, il francese e l’italiano, perché hanno un pubblico sufficientemente ampio. Ma posti come l’Olanda, la Danimarca, la Finlandia e anche la Svezia non possono farlo. Il processo ormai è irreversibile, a meno che non succedano cose che non abbiamo previsto. Però questo non significa che oggi chi scrive in inglese non debba leggere altre lingue. - C’è qualche ambito di studio, qualche contesto a cui è rimasto particolarmente legato?
Uno è la topografia di Roma.
- Ma qualcosa di particolare, o Roma è tutt’una per lei?
Un po’ sì. Da tempo ho iniziato una collana di libri di topografia, come quelli sul Foro Romano, sul Foro Boario, ecc., con l’intenzione di trattare tutta la città antica. Oggi so che non ce la farò, che morirò prima, il che è un bene per le foreste finlandesi. Però naturalmente ci sono posti a cui sono molto legato. Direi che forse quello a cui sono più legato è il Campo Marzio, anche perché ci ho abitato per anni, per cui era come camminare sulla propria storia. Ho un amico che si chiama Carlo Buzzetti, che non ha fatto carriera ma è un notevolissimo topografo romano, quello che ha curato i primi tre volumi della Carta archeologica di Roma. E’ un mostro, sa veramente tutto di tutto. Quando lui cammina per Roma, si diverte a esprimersi così: vedi, adesso sto camminando sul Vicus Patricius, fra poco svoltiamo sulle Carinae. E’ come se uno radiografasse i posti camminandoci sopra.
- Quindi la topografia della città antica si fa anche con i piedi?
Si fa soprattutto con i piedi, in senso non metaforico naturalmente. Anche noi siamo un po’ dei dinosauri in via di estinzione, poco male; però temo che oltre gli aspetti negativi si perda anche qualche aspetto positivo: quello di ragionare storicamente. E’ la prima cosa che si perde, perché è la più difficile. Queste belle cose concrete, lo strato e il coccio, sembrano più solide, ma è il risultato di un positivismo inconscio, l’idea della “cosa in sé”, che era già stata risolta da Kant, negativamente. Citerei il compagno Lenin, che diceva più o meno: la teoria senza la prassi è cieca, la ma prassi senza la teoria è muta. Vanno insieme. Adesso il paese che una volta era il più empirico del mondo, l’Inghilterra, di colpo ha scoperto la teoria (tutte queste storie sulla romanizzazione!), per cui adesso esistono solo i modelli teorici.
- Che però possono essere molto legati a problematiche attuali.
Come la decolonizzazione: sono problemi loro. Se hanno un problema con il loro colonialismo, se lo risolvano a livello di storia moderna. I romani erano colonialisti anche loro, lo erano in modo diverso, ma lo erano. C'è l'idea che la romanizzazione sia un concetto superato, sbagliato, perché l’"acculturazione" ha un senso colonialista. Ma non si fa la guerra alle parole. Se acculturazione non va bene, troviamo un altro termine, ma il fatto che i romani avessero un impero e fossero colonialisti non c’è bisogno di dimostrarlo. L’inglese, come il latino, è una lingua colonialista, in senso buono magari, però è indubbio che è il risultato di una egemonia politica, economica e quindi anche culturale. I romani hanno fatto lo stesso. Nessuno pensa che la gente si romanizzasse per decreto, ma la gente voleva romanizzarsi (come spiega benissimo Tacito nell’Agricola, proprio a proposito dei Britanni!), perché ciò significa partecipare ai vantaggi del potere. Se no, perché gli spagnoli parlano una lingua neolatina? Questo non ha a che fare qualcosa con la conquista romana? Claudio Magris, celebre storico triestino dell’impero austro-ungarico, racconta in un’intervista recente una storia bellissima: una volta era in Perù, e in un posto andino fuori dal mondo incontra una contadina analfabeta quasi centenaria. Si ferma a lungo a discutere con lei di vari problemi. “A quel punto”, dice, “ho ringraziato l’impero romano”: evidentemente, perché parlavano in spagnolo: un europeo che comunica tranquillamente con una contadina peruviana, senza nessun problema. Questa secondo me è la risposta a chi dice che la romanizzazione è un concetto inutilizzabile. Anche l’idea che la parola “romanizzazione” vada cambiata è singolare. E con quale parola? Intanto usiamo questa! Non facciamo un processo alle parole. L’idea del modello, di questi modelli teorici, è diventata una piaga. Uno si sveglia la mattina con un bel modello teorico, e poi comincia ad applicarlo sistematicamente. Se poi il modello non è rispondente alla realtà, tanto peggio per la realtà. Ma i modelli sono anch’essi costruiti su fatti empirici: se non funzionano si cambia modello, non la realtà. Naturalmente, se uno è uno specialista, tende a integrare le lacune per ricostruire un quadro completo, ma non avendo le conoscenze indispensabili, per colmare le lacune proietta la modernità e quindi inevitabilmente proietta se stesso. Ai miei studenti, la prima cosa che dico è che il mondo antico ci interessa perché è diverso: esattamente il contrario di quello che fa la guida turistica a Pompei, che appiattisce tutto sull’attualità e dice: un thermopolium è un bar: ma proprio perché si chiama thermopolium è un’altra cosa. Un bar in cui non si serve caffè, the, cioccolato, niente di quello che noi usiamo, è un bar un po’ sui generis. Quello che interessa è proprio la differenza, perché attraverso la differenza noi misuriamo la distanza, il tempo e quindi la storia. Noi ci rivolgiamo ad un mondo che è completamente diverso dal nostro. E per capire un mondo così ci vuole una grande fatica, e soprattutto bisogna uscire dai propri cliché culturali ed essere capaci di una notevole elasticità. Noi vecchi abbiamo esperienze di un paese pre-capitalista, l’Italia centro-meridionale, dove il mondo antico si conservava in gran parte intatto, si arava ancora con l’aratro a chiodo tirato dai buoi. Adesso se vedo un fuso so cos’è, come funziona, perché l’ho visto funzionare. Se lo trova un ragazzo, deve fare grandi sforzi per capire cos’è questo oggetto. Magari pensa che sia un ex voto, perché non ha più l’esperienza di questo tipo di mondo, e quindi deve fare un’enorme fatica per ricostruire una cosa che invece era banale anche solo 50 anni fa. Non c’è più la prudenza che deriva da una certa profondità di sguardo storico, dal sapere quanto il mondo cambia e quanto cambia rapidamente. Per un archeologo è affascinante vedere sotto i propri occhi le tecniche e gli oggetti che si modificano e cambiano. Questo fornisce strumenti per capire un mondo molto diverso dal nostro, anche se poi ovviamente gli errori sono quasi inevitabili. Ma se uno sa che può sbagliare è meglio. Un altro genere letterario scomparso è la palinodia. Bianchi Bandinelli ha scritto, in Storicità dell'arte classica, un capitolo che si chiama “Palinodia”, in cui dice: Io ho scritto sull’arte italica cose completamente sbagliate, e adesso penso il contrario. Conosce molte persone che fanno palinodie? Secondo me, la qualità dello studioso si desume anche dalla sua capacità di autocritica, di avere il coraggio di dire: scusate, mi sono sbagliato. Io adesso scriverò un articolo in cui dirò che molto di quello che ho detto sull’Ara di Domizio Enobarbo in un vecchio scritto è sbagliato. C’erano alcune cose che funzionavano molto bene, però avevo anche forzato un po’ la documentazione. Adesso ho visto che, se alcune cose funzionano ancora, altre sono sbagliate. Credo che la modestia e l’autocritica siano una condizione fondamentale di ogni scienza. Mi critico, prima che lo faccia un altro. Se poi un altro dimostra che ho detto una sciocchezza, benissimo. Lì per lì è seccante, non arrivo a dire che mi faccia piacere. Però credo di avere ancora abbastanza elasticità da dire: scusate, mi sono sbagliato.
Olof Brandt
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