
Nelle due guerre (1991-1995) che hanno determinato
il sanguinoso sfacelo della seconda Jugoslavia, il patrimonio
culturale ha subito, specialmente nelle zone di guerra, gravi
danni. Metodicamente sono stati distrutti soprattutto i monumenti
che i vari nazionalismi hanno riconosciuto come simboli (1).
La base di questo fenomeno sta nella plurisecolare tradizione
che identifica i vari gruppi etnici con alcuni monumenti specifici
e con l'uso simbolico dei medesimi ai fini di demarcazione territoriale.
Distrutte sono state soprattutto le chiese cattoliche e (più
raramente) ortodosse, i monasteri, le moschee, le scuole musulmane
ed anche vari cimiteri. Solo in Bosnia e Herzegovina sono stati
danneggiati o distrutti 2.927 edifici sacri, 777 dei quali in
modo totale (2). In Croazia un bersaglio specifico è stato
costituito dalle chiese preromaniche e romaniche del retroterra
dalmato, in quanto simboli evidenti dello stato croato medievale
in un territorio successivamente caratterizzato da insediamenti
serbi (3).
I monumenti e i siti archeologici privi di connotazioni ideologiche
e simboliche non sono stati danneggiati in maniera metodica. I
grandi complessi urbani - Salona, palazzo di Diocleziano a Spalato,
Iader etc. non hanno subito alcun danno, pur costituendo il nucleo
centrale delle città che venivano bombardate.

Durante i lunghi bombardamenti delle città,
i maggiori danni sono stati subiti dai musei, ma non dalle loro
collezioni archeologiche, tempestivamente trasferite in luoghi
sicuri. Il museo di Vukovar è l'unico museo che sia stato
completamente distrutto (le sue collezioni si trovano ora a Novi
Sad in Serbia), mentre sono stati danneggiati i sarcofagi romani
nel lapidario a Osijek e saccheggiate le collezioni dei musei
a Drnis e Knin (4). Per la Bosnia e Herzegovina non si dispone
ancora di dati completi mentre a Sarajevo gravi danni ha subito
il Museo Nazionale.
Non è ancora possibile una valutazione dei danni ai numerosi
siti archeologici, regolarmente usati in tutte le guerre come
punti strategici. Molti di questi siti importantissimi (castellieri
e castelli) hanno subito danni a causa del loro utilizzo per funzioni
belliche, molti altri sono stati distrutti. Le difficoltà
di accesso causate dai campi minati (sia in Bosnia che in Croazia)
rendono difficile quantificare i siti danneggiati e il grado di
danneggiamento; la situazione rimane pertanto non chiara al momento
attuale. Non c'è dubbio, tuttavia, che proprio questo sia
il patrimonio archeologico che ha subito i danni più gravi.
La Soprintendenza croata ai Beni Culturali sta metodicamente raccogliendo
dati in proposito già da tempo, mentre quella bosniaca
si prepara a procedere in tal senso.
Bojan Djuri , Ljubljana
1. Cfr. Boidar Slapak, Archaeology and the
contemporary myth of the past, Journal of European Archaeology,
1, 1993, pagg. 191-195.
2. A Report on the Devastation of Cultural, Historical and
Natural Heritage of the Republic/Federation of Bosnia and Herzegovina
(from April 5, 1992 until September 5, 1995), Sarajevo 1995.
3. Cfr. Informatica Museologica, 1/4, Zagreb 1991; Cultural
Heritage of Croazia in the War 1991-1995, parte 4, Zagreb 1993.
4. Cfr. Informatica Museologica, 1/4, Zagreb 1991;
Cultural Heritage of Croazia in the War 1991-1995, parte 4, Zagreb
1993.