| AIACNews 41
Aprile 2005 |
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AIACNews 41:
Maria Teresa D'Alessio: Editoriale
Massimiliano Ghilardi:
Allan Klynne: CONVEGNI
Federica Chiesa: INCONTRI AIAC
Eleonora Fossile:
Sabrina
Cimini:
Kristian
Göransson: |
Eleonora Fossile L’area dei Colli Albani ha da sempre rivestito una grande importanza ed è stata oggetto di numerose indagini da parte di storici, archeologi e cultori di antichità. Le memorie leggendarie legate alle origini di Roma, gli antichissimi culti in onore degli dei e del mitico padre Enea, municipi fiorenti e potenti, sono stati spesso al centro di indagini e studi più o meno eruditi. Anche le vestigia cristiane si perdono nell’ambigua vicenda di Simon Mago e nelle tradizioni locali legate al passaggio lungo la via Appia, degli Apostoli Pietro e Paolo. Con la tarda antichità e i primi tempi del Medioevo, le tracce di vita sembrano scomparire, per poi riemergere, inattese e improvvise, dopo l’anno mille, con la fondazione di castelli fortificati a guardia di Roma e della Campagna Romana. Oggetto del nostro studio è stata un’indagine capillare dei siti delle antiche città di Aricia e Lanuvium, con i relativi territori, divenuti corpi a sé solo in età medievale, del Nemus Dianae e di Genzano. Il lavoro, giunto ormai alla fase di revisione finale, è stato condotto sulla base delle notizie ricavate dalle fonti letterarie ed epigrafiche e dei dati desunti dalle Notizie degli Scavi; oltre a ciò, ove possibile, è stato fatto un rilevamento delle emergenze archeologiche sul territorio. Su quest’ultimo punto, c’è però da dire che i risultati sono stati piuttosto deludenti, essendo la maggior parte dei resti architettonici stati distrutti durante i drammatici eventi del Secondo Conflitto Mondiale, o nel corso di successivi interventi edilizi di dubbia regolarità. Paradossalmente, dunque, per avere una panoramica completa di ciò che è venuto alla luce nelle aree in esame, ci si è dovuti affidare alla penna e alla relazione di eruditi del ‘700 e dell’800, testimoni di quella grande stagione di scavi e ritrovamenti nell’area dei Colli Albani. Tale operazione, molto pericolosa per via dello scarso senso critico e “scientifico” in possesso dei suddetti, è stata però in parte utile per capire, almeno, l’importanza e la consistente messe di strutture scavate, che hanno permesso di delineare, a grandi linee, il profilo di città fiorenti e importanti, gravitanti nell’orbita di Roma e ad essa legate già all’indomani della concessione della cittadinanza ai federati latini. Per Aricia, le fonti più esaustive sono risultate essere l’opera dell’abate Emanuele Lucidi, degli inizi del ‘700, dove sono registrate strutture edilizie di notevoli dimensioni e riccamente decorate, che trovano una parziale conferma nelle successive Notizie degli Scavi e negli Archivi della Soprintendenza Archeologica del Lazio: effettivamente, al di là di alcune interpretazioni ingenue e di errori metodologici, il Lucidi si è dimostrato piuttosto preciso e acuto nella descrizione delle emergenze, molte delle quali sono oggi scomparse, distrutte dai bombardamenti aerei e dalle speculazioni edilizie; in epoca più recente abbiamo l’indagine topografica condotta dal Florescu per conto dell’Accademia di Romania, che risale agli inizi del ‘900, quindi altrettanto importante perché riflette una situazione ante guerra, molto simile a quanto riferito, quindi, dal Lucidi. Per Lanuvium è stata meritoria l’opera di raccolta di dati e di studio del mai troppo rimpianto monsignor Alberto Galieti, attivo nella prima metà del ‘900, che ha radunato e interpretato una messe consistente di informazioni, lasciandoci anche preziosi disegni e rare foto di resti monumentali oggi, purtroppo, andati distrutti. Il Nemus Dianae ha vissuto una stagione di notevole interesse agli inizi del ‘900, quando, all’entusiasmo e ai tentativi di recupero delle famose navi di Caligola, si unì l’interesse per il ritrovamento del santuario di Diana e delle strutture della villa imperiale. L’esaustiva relazione di Lucia Morpurgo sulle strutture del santuario, pur limitandosi alla parte classica, con brevi, ma fondamentali per noi, excursus nella fase tardo antica, è stata utile per comprendere l’evoluzione dell’insediamento nell’area del vulcano nemorense. Anche i recenti scavi alla villa imperiale, condotti dagli Istituti Nordici di Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia, ai quali ha partecipato anche chi scrive, hanno permesso di delineare un quadro assai interessante della fruizione del sito tra tarda antichità e alto medioevo. Entrando più dettagliatamente nell’argomento, per quanto riguarda Aricia, la città ha avuto uno sviluppo progressivo dall’alto del colle, di origine vulcanica, dove è stato individuato l’insediamento arcaico: un villaggio fortificato con un lungo terrapieno ed un muro in opera quadrata, di forma vagamente triangolare, disteso sulla spianata del piccolo promontorio protetto a monte dalla mole del Monte Cavo e a guardia della vallata sottostante. Probabilmente dopo la definitiva sottomissione a Roma e lo scioglimento della Lega Latina, la città iniziò ad espandersi nella vallata sottostante, fino a raggiungere ed oltrepassare la via Appia, che correva ai piedi della rocca. La presenza, infatti, di un tracciato viario di prim’ordine, come questo, che collegava Roma al Meridione d’Italia e, successivamente, alla Grecia e all’Oriente, costituì un indubbio polo d’attrazione per la popolazione locale, che scese dal colle e cominciò a popolare la fertile valle. La città di epoca classica, infatti, si sviluppa in quella che è oggi la Vallericcia, mente l’acropoli assume un ruolo cultuale e amministrativo. Il ritrovamento di strutture termali, ancora parzialmente visibili e di resti di edifici, spesso inglobati in moderni casali, documentano l’antico splendore: anche le fonti letterarie ci parlano di Ariccia come della prima stazione di posta che i viaggiatori incontravano partendo da Roma, come racconta lo stesso Orazio nella satira “Iter Brundisinum”, notizia confermata da tutti gli itinerari, con la sola eccezione del Gerosolimitano, di cui si dirà più avanti. Nella tarda antichità, almeno fino al V- VI sec., l’esistenza di strutture murarie e, soprattutto, una iscrizione onoraria di estrema importanza, CIL XIV 2165, oggi conservata nell’atrio del Palazzo Chigi in Ariccia, attestano che la città era ancora vitale e viva: Florescu registra, purtroppo en passant, resti di edifici con murature in opera listata e in opera vittata, forse pertinenti ad ambienti pubblici (terme?) e privati (abitazioni?), databili tra IV- VI sec. La sopravvivenza delle istituzioni locali, e dunque anche della città, è chiaramente espressa nel testo della suddetta iscrizione, dove il Senato e il Popolo Aricino ringraziano Anicio Acilio Glabrione Fausto, per aver salvato la città dalla furia distruttrice dei Goti: l’epigrafe è stata datata al 432- 437. I tempi oscuri del VII, VIII e IX sec, devono aver visto un progressivo spostamento della popolazione sulla rocca, nell’area dell’antica acropoli, dove infatti dal X sec., documenti notarili contenuti nel Tabulario di S. Maria in via Lata, menzionano un castrum Ariciae, o Castellum Ariciense. La città romana, ubicata nella valle, però, non scomparve, divenendo essa stessa e il suo territorio proprietà ecclesiastica: nel VII- VIII sec., nell’iscrizione di S. Susanna e nel L. P., vita di papa Sergio I, si ha notizia di una Massa Ocrana, individuabile all’interno del Patrimonium Appiae, da identificare con l’estesa proprietà che Licinio Ocra aveva nel territorio della città, successivamente donata alla chiesa. L’esistenza di questi possedimenti è documentata da un’iscrizione funeraria, variamente datata tra II- III sec. di un Publio Sempronio, amministratore della Pecunia Ocrana, trovata nel territorio di Ariccia; non solo, ma l’identificazione della Massa con la Vallericcia, è possibile grazie alla sua menzione, nella vita di Gregorio II, in Aricia, e nel documento del Regesto Sublacense n° 69 del 967, dove la Valle Ariccia è detta Balle (valle) Ocrana. Al suo interno, esistevano, poi, dei fondi e delle colonie, puntualmente registrate nel L. P. e nei registri pontifici.
Se è dunque possibile delineare un quadro abbastanza preciso dell’evoluzione topografica della città romana e alto medievale, è invece assai difficile individuare tempi, luoghi e modi della cristianizzazione della città: oltre alle leggende legate al passaggio dell’Apostolo Paolo lungo l’Appia e alla predicazione di Simon Mago nel territorio di Aricia, bisogna aspettare il X sec. per avere chiare testimonianze di edifici di culto a carattere cristiano. Un vuoto temporale notevole, come si vede, che pone numerosi interrogativi: il quesito più grosso – e scomodo- riguarda il problema della vicina Albano. La città, come tale, non esisteva in età classica, tanto è vero che negli stessi itinerari, le tre tappe principali, uscendo da Roma (o, in senso contrario, arrivandovi) erano Bovillae, Aricia, Tres Tabernae. Aricia era situata a 17 miglia da Roma. Con la creazione dell’accampamento della II Legione Partica, nell’ager albanus, ai limiti del perimetro urbano di Aricia- siamo infatti tra il XV e il XVI miglio da Roma- voluto da Settimio Severo, si ha, per la prima volta, un insediamento stabile fortificato. Le fonti letterarie ci dicono, però, che il campo venne abbandonato qualche decennio dopo dai legionari, spostati sul fronte germanico, tanto è vero che Costantino donò al papa Silvestro I ciò che rimase dell’accampamento, come si legge nel L. P. e fondò una cattedrale. Non solo, ma al XV miglio dell’Appia, sorgeva un importante e notevole cimitero, la catacomba di S. Senatore. Altro elemento su cui riflettere è la citazione che fa l’itinerario gerosolimitano della civitas Aritia et Albona: l’aggiunta del secondo toponimo, da intendersi come corruzione di Albana, potrebbe indicare una stretta correlazione tra Ariccia e il limitrofo insediamento albanese, che allora si stava espandendo, gravitando nell’orbita del nuovo centro d’attrazione costituito dalla cattedrale. Senza nulla togliere alle memorie cristiane di Albano, è però probabile che esse fossero condivise anche dalla confinante comunità ariccina; non solo, ma l’esistenza di una catacomba così estesa e di una sede vescovile, non possono spiegarsi solo con la presenza di cristiani tra i legionari partici, i quali, tra l’altro, distaccati altrove dopo pochi decenni di permanenza, possono aver inciso solo relativamente sulla cristianizzazione dell’area. Viceversa, essi potrebbero aver rafforzato una comunità cristiana già fiorente: S. Senatore e la cattedrale – sorta su una proprietà privata dell’imperatore- sarebbero stati, dunque, i punti di riferimento della comunità cristiana ariccina e albanese. Ma esistevano altri edifici di culto all’interno della città romana? Finora il quesito sembra destinato a restare senza risposta. Nella zona di Vallericcia, i documenti d’archivio di X sec., uniche testimonianze a nostra disposizione, ci informano che esisteva un toponimo, San Valerio, legato, pare, all’esistenza di una chiesa sorta in seguito alla donazione del fondo alla chiesa da parte della gens Valeria, proprietaria di svariati beni nel territorio ariccino. Attualmente non è possibile confermare la notizia della fonte, essendo visibile in questo sito solo un resto di costruzione in opera vittata con tracce di risistemazione; in più, l’atto notarile si riferisce al toponimo, senza menzionare chiese o altri edifici insistenti su di esso, per cui, se pure fosse esistito qualcosa, esso deve ritenersi definitivamente abbandonato e rovinato entro la prima metà del X sec., quando è stato redatto il documento. All’interno del castello medievale, sull’antica acropoli della città, le fonti archivistiche del X sec. menzionano la chiesa dedicata alla Madre di Dio, collocata all’interno di un preesistente tempio pagano già in onore di Diana o di Giunone: la chiesa originaria venne demolita nel 1665 per ordine di papa Alessandro VII Chigi e ricostruita nell’attuale piazza di corte su progetto del Bernini. E’ però possibile ricavare l’aspetto originario dell’edificio dalla precisa descrizione che ne venne fatta prima della demolizione. Recenti indagini della Soprintendenza Archeologica per il Lazio, hanno ritrovato resti di sepolture e di monete del VI sec. nel pavimento della chiesa, per cui è possibile indicare un periodo, compreso tra VI- X sec., di fondazione dell’edificio sacro all’interno del tempio ormai esaugurato. Anticamente porzione del territorio ariccino e dipendente dalla città, è l’area del Nemus Dianae, costituita dal lago di origine vulcanica e dal bosco dedicato alla dea della caccia e della vegetazione. Le ricerche della Morpurgo prima, e della Soprintendenza Archeologica per il Lazio poi, hanno permesso di delineare un quadro abbastanza esaustivo delle fasi di vita del tempio dall’arcaicità all’epoca classica. Inoltre, i continui ritrovamenti di resti di edifici a carattere privato, che sorgevano ai bordi del cratere nemorense e le recenti indagini condotte dagli Istituti Nordici nel sito della villa imperiale, hanno confermato la notizia, più volte presente nelle fonti letterarie, dell’esistenza di ricche proprietà private nel territorio nemorense. Una via, il clivo Virbio, si staccava sulla sinistra dell’Appia all’altezza di Collepardo, pochi metri oltre la sostruzione di Ariccia – e qui la strada doveva prendere il nome di Clivo Ariccino- per proseguire in direzione del cratere, seguendo, all’incirca, il tracciato dell’odierna via Diana; il percorso conduceva al santuario, perimetrato da un portico colonnato e disposto su due livelli, al culmine dei quali sorgeva il tempio; all’interno del recinto sacro, sono stati individuati piccoli sacelli, uno o due edifici termali, un piccolo teatro, magazzini. Secondo le indagini archeologiche, il complesso cultuale sembra aver progressivamente perso importanza dal III sec. in poi, per essere definitivamente abbandonato nel secolo successivo, anche a causa di terremoti, piuttosto frequenti in tutta la zona, che ne compromisero le strutture. E’ interessante notare come tale declino abbia coinvolto anche le altre fabbriche insistenti nell’area lacustre: la villa imperiale sembra aver subito un parziale ridimensionamento proprio in quest’epoca e, tra IV- VI sec. sono state individuate sepolture all’interno di spazi, evidentemente non più fruiti, della villa. Contestualmente, però, le proprietà imperiali – e tra di esse a nostro giudizio va annoverato anche il santuario- vennero donate da Costantino a papa Silvestro: la massa Nemus, avrebbe compreso, oltre alla villa, tutto il perimetro lacustre. Anche in questo caso, la mancanza di documenti anteriori al XII sec., ci impedisce di avere un quadro certo dello sviluppo topografico dell’area nel periodo alto medievale, per cui sarà possibile avanzare solo delle ipotesi. Il testo più antico sembra essere la Bolla dell’antipapa Anacleto II, datata al 1130, con la quale si donano ai monaci di S. Paolo f. l. m. i beni presenti all’interno della massa Nemus: cioè la chiesa di S. Nicola, di S. Michele arcangelo e le altre chiese. Non solo, ma da una bolla del 1153, si evince che i monaci erano divenuti proprietari anche del castrum Nemus, da identificarsi con il castello che sorge a picco sul lago, l’attuale Nemi. Abbiamo ipotizzato, a tal proposito, che il castello avesse avuto una genesi a parte e che solo successivamente fosse entrato tra i beni ecclesiastici. Anche per la presenza cristiana, le fonti più antiche datano al XII secolo, ma importanti ritrovamenti archeologici, hanno permesso di stabilire che esistevano almeno un luogo di culto e un cimitero riconducibili ad epoca tardo antica. La chiesa di S. Nicola, che sorge sulla riva est del lago, si impianta all’interno di strutture termali e a poche decine di metri più a est, lungo un sentiero che dal lago conduce al borgo, è stato rinvenuto un notevole complesso cimiteriale, con sepolture ipogee e cappuccine; da qui proviene anche l’importante iscrizione acrostica del presbitero Onesimo, CIL XIV 2224b, databile tra IV- VI sec, l’iscrizione del giovane Ilaro, CIL XIV 2224° e oggetti. Le sepolture, sia quelle subdiali che quelle in grotta, risultavano, al momento della scoperta, costituite da fosse terragne ricoperte alla cappuccina con tegole per la maggior parte provenienti dalla spoliazione del vicino – e ormai abbandonato- santuario. Tralasciando, in questa sede il problema legato alla presenza di un luogo di culto ipogeo dedicato all’arcangelo Michele, che avrebbe esaugurato un precedente sacello in onore di Egeria, come risulta dalle parole di Lattanzio, anche in questo caso, le fonti piuttosto tarde e le scarse documentazioni archeologiche non consentono di colmare, se non con ipotesi, quel “buco” cronologico tra VI- XII sec.
Non è migliore la situazione del terzo protagonista della nostra indagine: Lanuvio, città nota in epoca classica per il celebre e ricco santuario in onore di Giunone Sospita, ha restituito scarse tracce di vita tardo antica, anche a causa di irragionevoli scavi, condotti tra ‘700 e ‘800 dalle missioni inglesi, alla ricerca del santuario pagano e delle antichità classiche, che hanno distrutto le emergenze tardo antiche: non è infatti infrequente trovare la menzione di murature “dei bassi tempi”, eliminate perché ingombravano la ricerca di “belle antichità”. Fortunatamente, però, qualcosa si è salvato e l’unione di questi dati con le altrettanto scarse menzioni delle fonti letterarie, permettono, anche in questo caso, di delineare un quadro, purtroppo generico e altamente ipotetico, della evoluzione topografica della città. L’insediamento arcaico, come già visto per Ariccia, si colloca nella parte alta della città, nell’area che sarà poi occupata dal santuario di Giunone Sospita: resti di sostruzioni e di fortificazioni in opera quadrata sono state a più riprese rinvenute in tutto il colle S. Lorenzo. Anche in questo caso, l’espansione della città verso valle e verso la via Appia, in direzione, rispettivamente, sud est e nord ovest, sembra essere avvenuta in seguito alla definitiva pacificazione con Roma; in epoca imperiale si assiste ad una grande stagione costruttiva, con l’erezione di un teatro, di grandiose terme e di ville, tra le quali la più notevole sembra essere quella appartenuta all’imperatore Antonino Pio, originario proprio di Lanuvio, e i cui resti sono oggi visibili nella periferia sud di Genzano. Un’importante arteria stradale, la via Astura, metteva in collegamento l’Appia – e in generale i Colli Albani- al litorale anziate, facendo così di Lanuvio una tappa obbligata per chi si fosse recato dall’interno sulla costa, come documenta lo stesso Cicerone in molte sue epistole. La tarda antichità anche a Lanuvio, come ad Ariccia, si traduce molto spesso in una perdita d’importanza della città, forse dovuta al progressivo abbandono del culto pagano, testimoniata, per lo più, da opere di restauro e conservazione degli edifici esistenti. Resoconti di scavo di mons. Galieti e recenti indagini della Soprintendenza Archeologica per il Lazio, hanno documentato l’esistenza di muri in opera vittata e in opera mista che risarciscono precedenti paramenti in laterizio o in listato; altre volte i complessi abitativi invadono parzialmente la sede stradale, indice di un parziale abbandono della stessa, come è risultato dalle indagini della SAL presso l’imbocco del paese, all’incrocio con l’Appia vecchia. Sempre ai bordi dell’abitato, non lontano dall’attuale cimitero comunale, in località S. Pietro, all’interno di un edificio privato di epoca imperiale, sono state trovate tracce di trasformazione d’uso, individuate da murature in vittato, che delimitano un’aula alla quale viene anche sostituito l’originario pavimento in battuto con un mosaico recante in una parte la raffigurazione di un pesce. In linea di massima, sembra che l’abitato abbia subito una progressiva contrazione verso la parte alta, dove sorgevano il foro, le terme e il teatro, abbandonando progressivamente la sottostante campagna, ma anche l’acropoli, dove sorgeva il tempio di Giunone Sospita, ridotto a cava di materiale edilizio. In particolare, il castello medievale sembra impostarsi attorno al teatro, che diventò un fortino, e alla sostruzione- fortificazione arcaica in opera quadrata. All’interno del territorio lanuvino, poi, è da registrare la presenza di proprietà ecclesiastiche: masse e fondi. Nel registro di Gregorio II (715- 731) compare la menzione della massa Neviana, che acutamente il Galieti ipotizzò essere corruzione del termine Lanuviana; al suo interno la massa aveva dei fondi, tra i quali, in questa sede, interessa menzionare il fundum Antinianum o Antianum, posto al XX miglio dell’Appia e identificabile con i beni degli Antonini e il fundum Anzanum, da individuare in quella porzione del settore sud est del bordo del cratere nemorense, che scende verso la via Appia, che dal XII sec. prenderà il nome di Genzano. Per Lanuvio, bisogna aspettare il XIII sec. prima di trovare menzione, nelle fonti documentarie, di un Castrum Civitatis Nevinae, o di una Civitas Nevina, con evidente corruzione del toponimo Lanuvina. Anche in questo caso, tra l’ultima menzione della massa, nel sec. VIII e la nascita del castello, corrono circa 400 anni. Non solo, ma la presenza dell’appellativo civitas, ha creato non pochi problemi: stando a Toubert, tale titolo andrebbe collegato automaticamente alla presenza di una sede vescovile: ma nel nostro caso ciò è assolutamente da escludere. Secondo il Galieti, l’appellativo indicherebbe un’origine “democratica” e non feudale del castello: ma anche ciò è poco plausibile. In realtà, molto più semplicemente a nostro avviso, il termine civitas non è altro che la registrazione di una continuità di vita e di istituzioni locali dall’antichità al medioevo, come nota anche, più recentemente, del Lungo: il caso di Lanuvio, infatti, rientra tra quelli di altre città che mantengono tale appellativo pur non essendo sede di diocesi. A fronte di tali considerazioni, rimane, invece, piuttosto sfuggente la realtà topografica cristiana, non esistendo in proposito documenti letterari o testimonianze materiali che possano fornirci indicazioni in tal senso. Per quanto riguarda i luoghi di culto, finora l’unico sito che abbia documentato una qualche forma di continuità d’uso, è quello della Collegiata, ubicata all’interno del castello medievale. La chiesa, come ha rilevato il Galieti, sorgerebbe sui resti di un precedente edificio romano, forse a carattere abitativo, e occuperebbe la parte dell’atrio e del triclinio o tablino, dove sarebbe stata ricavata l’abside. Un secondo intervento, avvenuto in epoca successiva, avrebbe comportato l’apertura di una cripta al di sotto dell’abside e infine un terzo intervento sarebbe stato compiuto attorno alla prima metà del XIII sec., contestualmente alla generale ristrutturazione delle mura e all’edificazione vera e propria del castello. Come si vede, molteplici sono le novità emerse da questa indagine e altrettanti gli interrogativi e i problemi che si pongono: alcuni, forse, resteranno insolubili, altri invece potranno essere, parzialmente o totalmente, chiariti per mezzo di scavi scientifici. Ciò potrebbe contribuire, oltre che a migliorare le nostre conoscenze sulla tarda antichità e i primi secoli del medioevo, a valorizzare il territorio e a riallacciare le fila di una storia che, in tempi e modi diversi, si snoda dalle età più remote ai nostri giorni
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