AIACNews 41 
 

Aprile 2005

Bollettino informativo dell'Associazione Internazionale di Archeologia Classica Onlus
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Redazione: Olof Brandt, Nathalie de Haan, Helga Di Giuseppe, Allan Klynne
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Contents AIACNews 41: 

Maria Teresa D'Alessio: Editoriale
  
Olof Brandt:
The AIAC web site


ISTITUTI

Massimiliano Ghilardi:
Per gli 80 anni di vita dell'Istituto Nazionale di Studi Romani

Allan Klynne:
The Swedish Institute in Rome; L'Istituto Svedese di Studi Classici a Roma

CONVEGNI

Federica Chiesa:
"Offerte dal regno vegetale e dal regno animale nella dimensione del sacro"

INCONTRI  AIAC

Eleonora Fossile:
La topografia di Aricia, Lanuvium e del Nemus Dianae tra antichità e medioevo

Sabrina Cimini:
La Valle del Sangro tra tardo-antico ed alto medioevo: note di topografia

Isabel Sànchez Ramos:
La cristianizzazione della topografia cimiteriale a Cordoba nella tarda antichità

Kristian Göransson:
The transport amphorae from Euesperides (Benghazi) Libya. Patterns of trade 400-250 BC

Tehmina Bhote:
Where did they come from? The medieval 'southern Italien' collections of the British Museum

 

Sabrina Cimini

La Valle del Sangro tra tardoantico ed alto medioevo: note di topografia

  I risultati che si presentano in questa occasione sono parte di uno studio di più ampio respiro che si sta portando avanti su una microarea della regione Abruzzo individuata dalla Valle del fiume Sangro, all’interno di un progetto di ricerca nell’ambito del XVIII ciclo di dottorato in archeologia e antichità post-classiche presso l’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” dal titolo: Dinamiche insediative e siti fortificati nella Valle del Sangro tra VI e XI secolo[1].

In questa sede, tuttavia, si porrà attenzione principalmente alle problematiche abitative nei secoli di passaggio dal tardoantico e all’alto medioevo su un territorio che partendo dalla costa adriatica si articola lungo l’intera valle fluviale fino a comprendere anche l’area tra i fiumi Sangro e Aventino. I limiti geografici sono rappresentanti dalle sorgenti del fiume stesso collocate nei pressi del passo del Diavolo a Nord di Pescasseroli all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, sino alla foce sul mare Adriatico, nel tratto di costa compreso tra gli abitati di Torino di Sangro e Fossacesia (Fig. 1). Questa realtà territoriale è amministrativamente compresa per il 59% nella Provincia di Chieti,  per il 37% nella Provincia de L'Aquila e per il restante  4% in quella di Isernia. La Valle del Sangro per le sue caratteristiche geomorfologiche presenta, di fatto, una netta diversificazione al suo interno che ha influenzato e determinato le differenti forme dei processi insediativi.

La storiografia inerente a questa area ha avuto come argomento privilegiato di studio le evidenze monumentali di età preromana, con particolare riferimento agli insediamenti fortificati di epoca italica[2], che in realtà costituiscono la maggior parte del patrimonio archeologico del territorio preso in esame. Il periodo tardo antico e medievale ha risentito, nello specifico, di un vuoto dovuto in parte agli scarsi rinvenimenti e alle carenti indagini archeologiche e dall’altro alla mancanza di un approccio diretto alle problematiche delle dinamiche insediative di epoca post-classica[3]. Tuttora infatti l’unico progetto di studio che interessa l’area è il  'The Sangro Valley Project'  avviato nel 1994 da John Lloyd[4], che vede la collaborazione della Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo con le Università di Oxford e Oberlin (U.S.A.) e con l’Università degli studi “G. d’Annunzio” di Chieti. Nell’ambito di tale progetto sono in corso ormai da anni una serie diversificata di indagini, soprattutto nella zona del municipio romano di  Iuvanum[5] e dell’abitato italico di Monte Pallano[6]. Tuttavia questi meritevoli interventi di studio, di sistematica ricognizione e scavo si sono concentrati sulle evidenze monumentali soprattutto di epoca preromana e romana.

 

 

 

 

 

Fig. 1 – Valle del Sangro: limiti geografici

 

    Il presente progetto di ricerca ha, quindi, lo scopo di censire e analizzare i siti di interesse collocabili cronologicamente tra la Tarda Antichità ed il medioevo di questa porzione territoriale con particolare attenzione al fenomeno dell’incastellamento, al fine di colmare il vuoto cronologico determinatosi dalla mancanza di studi sistematici per il periodo post-classico. L’obiettivo perseguito è la creazione di un GIS territoriale che possa consentire una lettura integrata del territorio in questione nel quale confluiranno i dati raccolti e strutturati secondo un sistema di schedatura da me proposto[7], che consentiranno sia la creazione di una banca dati che la restituzione grafica di carte tematiche. In questa sede  tuttavia si darà menzione di alcuni risultati con particolare riferimento alle trasformazioni del paesaggio tra IV e IX secolo e al fenomeno della cristianizzazione dell’area (Fig. 2).

Lo studio e l’analisi della Valle del Sangro ha restituito un quadro caratterizzato da una scarsa sopravvivenza monumentale per l’arco cronologico preso in esame. Ciò è da imputare, prioritariamente, ai danni provocati durante il secondo conflitto mondiale. A sottolineare, infatti, la strategica importanza che sin dall’antichità ha rivestito questa valle fluviale, sono le vicende storiche legate a quella che comunemente viene definita come “linea Gustav”, ossia la linea difensiva tedesca, costruita dal generale Kesselring, che andava da Cassino alla foce del Sangro e aveva il suo bastione centrale nel massiccio della Maiella. A seguito della ritirata tedesca molti dei centri abitati che si affacciano sul fiume furono fatti brillare, vi fu una sistematica opera di distruzione di castelli e roccaforti che per il favorevole controllo ottico del territorio circostante, erano stati scelti come luoghi strategici dal punto di vista militare. La ricostruzione incontrollata dei centri abitati negli anni del dopoguerra ha contribuito, tuttavia, a cancellare e obliterare le poche testimonianze antiche presenti sul territorio.

Come precedentemente fatto notare alla importante fase italica, nella quale avevano assunto una considerevole rilevanza gli insediamenti di altura (come ad esempio Montepallano, Montenerodomo, il Curino presso Alfedena, Castel di Sangro etc..), fa da contrasto la non cospicua presenza romana alla quale segue una quasi completa mancanza di testimonianze in epoca tardo antica da attribuire, da un lato alla carenza di scavi sistematici che abbiano restituito evidenze monumentali - in qualche modo attestanti una continuità di vita - dall’altro, all’ipotesi di una effettiva assenza di edifici tardo antichi. D’altronde se di una fase di urbanizzazione si può parlare essa sembra essere un retaggio prettamente romano che vive, in Abruzzo, alterne fasi direttamente legate al sistema politico-organizzativo di Roma e all’esercizio del suo potere. Il progressivo declino della potenza romana si traduce, dal punto di vista insediativo nel graduale ritorno agli abitati sparsi.

In Abruzzo la crisi dei centri urbani, nel IV secolo è riscontrabile dagli interventi di restauro che si resero particolarmente necessari a seguito dei gravissimi danni che erano stati provocati nell’intera regione da devastanti terremoti (a far menzione quello del 346 d. C.) e per quel che più ci attiene agli abitati di Histonium (Vasto) e Iuvanum, a cui fa riscontro, più in generale, la conseguente crisi traumatica dello organizzazione civile in ambito urbano[8]. Una disarticolazione del preesistente quadro abitativo antico appare attestata anche nelle zone interne del Chietino, dove risulta evidente un vero e proprio stravolgimento dell’assetto dei centri abitati di Cluviae, Iuvanum, Pallanum, Trebula poi abbandonati alla fine del medioevo.

Per quanto riguarda Cluviae, antico municipio romano fondato dopo la guerra sociale, identificato nel 1967 da Adriano La Regina nei resti monumentali visibili sul terrazzamento di Piano Laroma nel territorio comunale di Casoli[9] (CH) (Figg. 3-4), la ricerca effettuata presso la Soprintendenza Archeologica di Chieti e lo spoglio sistematico delle fonti ha permesso di acquisire diversi dati proprio sulla fase altomedievale. Infatti, nel corso di saggi di scavo condotti nel 1988 dalla stessa Soprintendenza (Fig. 5), sono stati messi in luce, nell’area dell’abitato romano, numerose fosse granarie e tracce di abitato d’età altomedievale e medievale indubbiamente riferibili ad una prosecuzione della vita dell’abitato antico sino al XII-XIII secolo[10]. Sono stati recuperati cospicui frammenti di ceramica dipinta a bande rosse, stampigliata, vetrina pesante ed acroma. Lo studio e l’analisi di questi reperti, fino ad ora inediti, e il confronto con altri materiali recuperati nei siti limitrofi, può contribuire a delineare un quadro ricostruttivo dei commerci e della circolazione dei manufatti d’uso, oltre a rappresentare un elemento utile per la definizione delle fasi di vita e frequentazione del sito stesso[11].

La situazione dell’Abruzzo adriatico sembra tuttavia conoscere esiti diversi dalle aree interne. Per quanto riguarda in territorio in questione, si assiste a un processo di continuità abitativa dei principali insediamenti ivi esistenti come Anxanum e Histonium nella loro dimensione urbana anche al di là dei fenomeni di riordinamento d’età medievale[12]

Passando, infatti, ad analizzare su più larga scala il versante adriatico del territorio, si nota come il panorama insediativo in età tardoantica è legato ad un’economia prettamente agricola caratterizzata da estesi latifondi, il cui fulcro era rappresentato dalla villa rustica. Per l’alto Sangro, invece, i dati sono ancora fortemente limitati, ma la prevalente vocazione pastorale delle aree montane sembra tradursi in piccoli agglomerati rustici che riflettono la precedente organizzazione paganico-vicana. 

La presenza dei complessi rurali tardoantichi collocati sulla costa e nell’immediato entroterra lungo il tracciato della antica via costiera tra Pescara e Vasto, quasi sempre in posizione dominante (Villanesi di Francavilla, S. Apollinare di S. Vito Chietino, Moccoli di Torino di Sangro, S. Stefano  di Casalbordino e Colle Pizzuto di Vasto), e numerosi insediamenti posti direttamente sul mare come Murata Bassa di S. Vito Chietino, S. Stefano-Casette Santini di Casalbordino e Punta Penna di Vasto, erano essenziali per il controllo dei collegamenti via terra e di quella fascia costiera indispensabile per l’approvvigionamento delle città[13]. Questi insediamenti sembrano rapportarsi direttamente ai limitrofi centri urbani costieri, di cui dovevano assicurare  rifornimenti di diverso genere.  La situazione lungo il litorale adriatico e nella zona immediatamente interna, quindi, presenta tutta una serie di insediamenti di diversa entità legati, attraverso una fitta rete di percorsi minori e di tratturi, ai centri costieri posti lungo il diverticolo litoraneo della Via Flaminia  identificabili prioritariamente nei tre porti di Aternum, Ortona e Punta Penna (a nord di Vasto) nonché nei piccoli scali di S. Vito Chietino, Portus Veneris (Fossacesia) e Casalbordino che garantivano i collegamenti sottocosta protrattisi anche in età medievale.

Che comunque alcuni ambiti forti del territorio fossero andati prevalendo sugli antichi centri urbani, ove venivano ormai abbandonate le antiche strutture pubbliche, appare documentato nella stessa area, sia dal fatto che il nobile Aurelio Evagrio Onorio[14]- membro illustre dell’aristocrazia senatoria romana - conservasse la Tabula Patronatus relativa alla città di Cluviae redatta nel 382 (ubicata all’interno del Chietino, nel territorio comunale di San Salvo), sia dall’inserimento dell’importante basilica paleocristiana - con funzione di cura animarum - con mosaici policromi di S. Stefano in Rivo Maris (sec. V) presso un grande latifondo tardo antico nel vicino territorio di Casalbordino[15].

A questo panorama insediativo, dedotto da alcuni dei dati editi negli ultimi quindici anni, si può aggiungere anche una villa rustica localizzata nel territorio di Castel Frentano (CH) e più precisamente in località Trastulli, in cui si sono operati due interventi di scavo nel 1980 e nel 1987. Dalla ricerca d’archivio presso la Soprintendenza Archeologica di Chieti e dalla schedatura dei materiali rinvenuti, si può desumere che il sito abbia avuto diverse fasi di occupazione protrattesi fino all’altomedioevo[16]. La schedatura e lo studio di questi materiali assieme agli ornamenti della persona a numerosi frammenti di ceramica altomedievale inediti (acroma, di pietra ollare, di ceramica dipinta a bande rosse, vetrina pesante e stampigliata) provenienti da diversi siti indagati negli anni ’80 nella fascia pedemontana della valle fluviale (come lo scavo Piazza Caporali di Castel Frentano e lo scavo il località Piano Laroma di Casoli), rappresentano un’importante contributo utile a stabilire se si tratti di prodotti importati o realizzati in loco, al fine di ricostruire un quadro più preciso delle produzioni e dei commerci dei manufatti d’uso lungo la Valle del Sangro. In tal senso sono stati avviati opportuni e puntuali esami archeometrici dall’Università degli studi di Chieti in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica di Chieti[17].

Per quanto più direttamente attiene la tematica della cristianizzazione del territorio si può affermare che, allo stato delle indagini e in base alle acquisizioni degli ultimi anni, l’avvento del cristianesimo sembra essere abbastanza seriore rispetto ad altre zone più interne della regione e il suo influsso comunque parrebbe non avere inciso in maniera evidente sulla fisionomia organizzativa del territorio. Ciò sembra ancor più avvalorato dal fatto che delle diocesi attestate sul territorio abruzzese soltanto una, Aufidena (attestata nel 494-495 in una lettera di Gelasio I ai vescovi Respecto e Gerontio)[18], è ubicata all’interno del territorio compreso nella valle fluviale, mentre è ipotizzabile che parte del territorio della costa adriatica limitrofa alla foce del fiume rientrasse nell’influenza della diocesi di Histonium (attestata nel 492), anche se travalica geograficamente i confini imposti dalla ricerca[19]. Tali diocesi sono tuttavia destinate a decadere abbastanza precocemente in epoca altomedievale, in concomitanza con l’istituzione delle contee franche, tanto che Aufidena confluisce nel gastaldato e nella diocesi di Valva e Histonium viene inglobata nella diocesi di Theate[20]. È naturale che la mancanza di una stabile e solida tradizione urbana di tradizione romana causò l’indebolimento del potere episcopale, ormai inadeguato per la gestione di territori molto ampi e incapace di servire in  modo efficace una popolazione a volte insediata in luoghi particolarmente distanti e difficili da raggiungere.

Le fonti archeologiche e scritte, infine, non ci restituiscono notizie di edifici di culto di epoca paleocristiana per il territorio compreso nella Valle del Sangro oltre ai già citati resti del complesso basilicale di Casalbordino. La maggior parte degli edifici di culto sono attestati, dall’VIII-X secolo, nelle fonti monastiche che costituiscono, in realtà, la documentazione più antica relativa all’organizzazione ecclesiastica dell’area in questione.

A tal riguardo è utile precisare che le più antiche testimonianze in proposito si ricavano dallo spoglio delle cronache delle grandi abbazie monastiche del centro Italia che avevano diversi possedimenti nella zona (San Vincenzo al Volturno, Montecassino, l’Abbazia di Farfa, San Clemente a Casauria). La documentazione restituisce un quadro abbastanza chiaro sull’altalenarsi delle sfere di influenza sugli edifici di culto e sulle pertinenze territoriali delle stesse. Per quanto riguarda San Vincenzo al Volturno le più antiche attestazioni di edifici di culto nella zona rimandano alla discussa donazione di Gisulfo I (703 ca.)[21], con la fondazione di Santa Maria di Cinquemiglia  nell’alto Sangro e  Santa Maria ad duas basilica que est iuxta Sangri fluivi alveo sita nei pressi dell’abitato di Villa Santa Maria e significativamente ubi ab antiquo tempore nulla habitacio hominum fuisse memoratur sed tantum silva publica[22]; per Montecassino, invece, Sant’Angelo di Barrea nominato per la prima volta in una conferma di privilegi da parte di Carlo Magno e Lotario al monastero quod Barregium dicitur situm in finibus Beneventani super Fluvium Sangrum[23]; per Farfa, infine, il monastero di Santo Stefano in Lucana sorto su un compatto ambito di terre fiscali.

Per quanto riguarda Sant’Angelo di Barrea  è stata avanza l’ipotesi di una committenza aulica longobarda che potrebbe ricondursi nel toponimo Barregio ovvero Vallis regia, attestato dalla prima metà dell’VIII secolo (Fig. 6). Dell’antico edificio altomedievale rimangono solo tre capitelli databili al IX secolo reimpiegati nel ciborio tardomedievale nella chiesa oggi ubicata all’interno del cimitero del paese di Villetta Barrea (Figg. 7-8) sul tracciato del tratturo Pescasseroli-Candela[24].

Per ciò che concerne Santo Stefano in Lucana preme precisare che l’esatta localizzazione del cenobio non è stata ancora individuata, ma che a seguito della lettura della cartografia zonale dovrebbe essere grosso modo circoscritto sul versante meridionale della media valle del Sangro (fra Tornareccio e Atessa)[25]. Tuttavia tra le pertinenze di questo monastero viene citato nell’829, in una donazione di  Ludovico il Pio e di Lotario I, una chiesa detta di S. Iohannis in foce de fluvio Sangro (Fig. 9)[26]. Frammenti scultorei altomedievali (databili tra l’VIII ed il IX secolo) reimpiegati nel portale settentrionale (Fig. 10)dell’abbazia benedettina di San Giovanni in Venere nel territorio comunale di Fossacesia (CH)[27], fanno pensare all’esistenza di un edificio di culto precedente alla fondazione monastica da parte dal conte teatino Trasmondo II (1004)[28]. La presenza di iscrizioni e strutture di epoca romana potrebbe contribuire ad avvalorare l’ipotesi che la primitiva chiesa svolgesse la funzione di cura animarum per la popolazione residente nell’area[29].

Anche le notizie relative ai modi e ai tempi delle forme di occupazione e sfruttamento del territorio in questione nell’altomedioevo, derivano per lo più dallo spoglio delle fonti monastiche. Si tratta in realtà di documenti che restituiscono un quadro abbastanza preciso, tra il sec. VIII ed il sec. XI (registrando, tuttavia, un vuoto tra VI e VII secolo d.C.), della formazione ed evoluzione dei patrimoni fondiari dei grandi monasteri dell’Italia centrale e dei cenobi locali. I chartularia, infatti, testimoniano un legame molto stretto tra le strutture ecclesiastiche, il controllo e lo sfruttamento del territorio; tanto che le semplici chiese sono ricordate frequentemente con il loro patrimonio fondiario, il più delle volte localizzato nelle immediate vicinanze dell’edificio. Quello che emerge in maniera abbastanza chiara è che all’indomani del declino della potenza romana, segue il ritorno a forme di occupazione basate sull’insediamento sparso o per piccoli nuclei che trovavano sussistenza nell’agricoltura e nella pastorizia sotto forma di aziende curtensi, casali, strutture monastiche, celle, chiese e oratori.

L’elemento  più interessante e che si intende approfondire nel prosieguo della ricerca è proprio il rapporto tra le tipologie insediative altomedievali e i centri urbani di tradizione romana.  L’analisi topografica effettuata sino ad ora permette di rilevare che – soprattutto nella media valle del Sangro - i pochissimi munucipia non hanno una tenuta dell’organizzazione urbana duratura nel tempo. È sintomatico a tal proposito come anche i nomi dei centri di tradizione romana perdano in maniera abbastanza precoce la denominazione originaria lasciando il posto a nuovi toponimi. Emblematico in tal senso è il caso di Iuvanum - Monenerodomo, Pallanum – Tornareccio, Cluviae – Piano Laroma e Trebula - Quadri. Solo per esemplificare il dato riportiamo il caso della già citata Cluviae il cui nome viene abbandonato a favore di Laroma già a patire dal IX secolo così come si evince dalla donazione fatta a favore dei benedettini di Montecassino da parte della longobarda contessa Iselgarda in cui si cita una ecclesia Sancte Crucis in pertinentia de ipsa Roma[30].

Un sensibile cambiamento nel sistema insediativo si registra tra il X e il XII secolo, ossia quando il fenomeno dell’incastellamento nella maggior parte della Valle del Sangro favorì la riorganizzazione della popolazione in piccoli abitati accentrati e in alcuni casi muniti, in parte sopravvissuti sino ad oggi.

[1] Il lavoro di ricerca si svolge sotto la guida della Prof.ssa Anna Maria Giuntella dell’Università degli Studi di Chieti “G. d’Annunzio”.

[2] Mattiocco 1988, pp. 71-81; Grossi 1988, pp. 111-135; Papi 1988, pp. 111-136; Pellegrino 1988, pp. 83-92.

[3] Problematiche prettamente storiche tuttavia sono state affrontate da Boesch Gajano- Berardi 1990; Pellegrini 1990, pp. 227-278; Feller 1998.

[4] Lloyd 1996, pp. 11-20; Lloyd et alii 1997, pp. 1-57.

[5] Fabbricotti 1985, pp. 119-163.

[6] Colonna 1955, pp. 164-178; Cuomo-Pellegrino 1988, pp. 83-92.

[7] Si tratta di un database relazionale che consente di creare una banca dati relativa alla zona di interesse. Si ringrazia a tal proposito Andrea Marino che si è occupato dell’analisi e della programmazione informatica.

[8] Staffa 1992, p. 789; ibidem 1993, p. 52.

[9] La Regina 1967, pp. 87-99.

[10] La Torre 1989, p. 557; Lapenna 2001, pp. 79-85.

[11] Preme ringraziare in questa occasione la dott.ssa Sandra Lepenna della Soprintendenza Archeologica per l’Abruzzo per la disponibilità più volte dimostratami e per avermi messo a disposizione i dati relativi agli scavi di Piano Laroma e di Castel Frentano.

[12] Giuntella 1994, p. 243. Diversi esiti sembrano riscontrarsi anche per quanto riguarda l’alto medioevo Feller 1994, pp. 217-230.

[13] Staffa 2002, pp. 284-304.

[14] Per l’esistenza in questa zona di estesi latifondi tardoantichi cfr. Coarelli-La Regina 1984, p. 307; Buonocore 1983, pp. 97-100.

[15] Tulipani 2003, pp. 597-609 con bibliografia precedente.

[16] Si ringrazia il personale del Museo Archeologico di Chieti e in particolare Laura De Lellis e Silvia Serano per aver agevolato il lavoro di ricerca.

[17] Le analisi sono seguite dal dott. Agostini geologo della Soprintendenza Archeologica per l’Abruzzo.

[18] La diocesi è attestata in una lettera di Gelasio ai vescovi Respecto e Gerontio cfr. Kher 1909, IV, p. 265. Cfr. anche Balzano 1933, pp. 463-469; Monachino 1968, p. 83; Giuntella 1999, pp. 380 e 384.

[19] Aquilano 1999, pp. 436-437; Giuntella 2003, pp. 585-586.

[20] Giuntella 1999, p. 384. 

[21]La donazione risulta essere tuttavia un falso, nato sulla base di informazioni cronachistiche che si incontrano nel X secolo. Per un inquadramento delle problematiche relative a questo documento cfr. CDL, pp. 7-11.

[22] ChVult I, doc. 9, pp. 134-135.

[23] Diplomata Karolinorum, doc. 158, pp. 213-215; Accessiones, p. 14; Inguanez 1929-1930, pp. 7-24.

[24] Falla Castelfranchi –  Mancini 1994, pp. 507-519.  

[25] I testi dei documenti sono in RF, II, pp. 223-224; CF I, pp. 192-193.

[26] CF, I, p. 193, 33-34.

[27] Episcopo 1980, pp. 57-60.

[28] Iste comes Trasmundus construxit Monasterium S. Iohannis in Venere, e de suis rebus e possessionibus opuleuter ditavit. ChCasaur, col. 839; Kher 1909, IV, pp. 278-279. Cfr. a tal proposito Falla Castelfranchi 1990, p. 200.

[29] Aquilano 1999, p. 440.

[30] ChCass I, 45, p. 120. La chiesa Sancte Crucis super Romam risulta citata anche in ChF I, 194, 27. Tuttavia ancora agli inizi del XIV secolo vengono citati vari edifici di culto poi abbandonati. Nell’elenco delle Rationes Decimarum si citano infatti: S. Martini, S. Petri, S. Marie, S. Silvestri, S. Lucie, S. Nicolai, S. Marie de Plano in Laroma,  RatDec n. 3524, p. 256; Clerici de Laroma, nn. 3940/3946 p. 283.